Armes Book Club: Presentazione del libro “Il futuro è il presente” di Daniele Marini
La combinazione tra il calo demografico e l’età pensionistica, sempre più avanzata, non farà che aggravare la già difficile ricerca di addetti. Per questo il dialogo intergenerazionale sarà sempre più centrale per creare ambienti di lavoro in cui tutti possano dare il meglio, e per ingaggiare ragazze e ragazzi della generazione Z. Sui giovani tra i 12 e i 27 anni gravano diversi pregiudizi: boomer e generazione X, sul lavoro da un pezzo, li considerano spesso dipendenti dalla tecnologia, poco interessati al futuro, non disposti a fare sacrifici. In realtà hanno altri linguaggi, codici e comportamenti differenti dal loro, ma non mancano affatto di voglia di lavorare né di valori ed è proprio su quei valori che si gioca la capacità delle imprese di attirarli.
Ne ha parlato il sociologo Daniele Marini alla presentazione a Montecchio Maggiore di «Il futuro è il presente» (ed. Guerini e Associati) il volume sul secondo rapporto dell’Osservatorio Giovani e Futuro che la Fondazione Enagim ha affidato al Consumer & Analysis di cui Marini è direttore scientifico. Una ricerca che ha coinvolto 3500 studenti tra i 15 ei 18 anni degli istituti professionali e un migliaio di coetanei italiani di altri istituti superiori. La prima presentazione della ricerca è stata alla Armes di Otello dalla Rosa che ha voluto concentrare l’attenzione dei propri addetti proprio sul valore aggiunto del dialogo tra generazioni.
«L’elemento più significativo – ha spiegato Marini – è che non esiste più una gerarchia di valori, ma un “puzzle”: valori cui i giovani assegnano un peso simile e che devono trovare la giusta collocazione perché l’equilibrio tra vita e lavoro per loro è imprescindibile. Se da un’identica ricerca del 1987 risultava che i giovani di allora mettevano al primo posto la famiglia, poi il lavoro e gli amici, per i loro figli oggi il lavoro è al sesto posto: prima, e con un peso simile, vengono famiglia, salute, tempo libero, farsi una cultura e gli amici. Questo significa che per attirarli le imprese devono avere organizzazioni flessibili, offrire loro welfare, un giusto stipendio ma, prima ancora, un ambiente in cui stiano bene, che li coinvolga, e che prefiguri subito le tappe di una crescita professionale. Sono loro oggi a detenere il potere negoziale, a dire “le farò sapere”. Ma se si sentono coinvolti e si favorisce l’equilibrio con le loro passioni si impegnano moltissimo. Una volta si diceva “il tempo è denaro”, oggi per i giovani vale il detto “il denaro è il tempo”.» Vale anche per i 18-34enni che nel 26,7% dei casi si sono riservati di accettare una proposta di lavoro contro il 13,6% dei loro genitori. La gen Z, in particolare, è figlia di un tempo online in cui tutto corre veloce: il cambiamento è la nuova normalità; sono ansiosi, hanno bisogno di continui feedback e i tempi incerti li spingono a non guardare troppo avanti, per questo per loro il futuro è già il presente.
Nella ricerca, molto ricca di spunti, spicca il rapporto con adulti sbiaditi che aggravano una narrazione del lavoro più negativa di quanto sia: per oltre il 73% dei giovani gli adulti non trasmettono passione, lavorano solo perché devono, e nella ricerca elaborata da Irene Lovato Menin è il padre la figura più in difficoltà, tanto che nel 42% dei casi figli e figlie preferiscono confidarsi con la madre. Più che una generazione senza valori emerge una generazione senza adulti credibili. Come dice Antonio Teodoro Lucente, in apertura della ricerca, non rifiutano il controllo: lo cercano, non temono il conflitto ma l’indifferenza, non rifiutano le regole ma l’ipocrisia e serve una nuova alleanza educativa tra generazioni.
Un’alleanza che coinvolge anche le imprese, anche se il 24,5% dei gen Z è convinto che cambierà più lavori nella vita e oltre il 35% immagina che lavorerà all’estero o, nel 39,5% dei casi, ovunque avrà le migliori opportunità. «Il lavoro per la vita non esiste più – ribadisce Marini -. In media resteranno solo 4 anni nella stessa azienda, ma vale comunque la pena investire sui giovani perché ne parleranno bene, ne miglioreranno la reputazione e faciliteranno l’ingresso di nuove leve».



